Il contrabbando a Macugnaga e in Valle Anzasca

Il contrabbando a Macugnaga e in Valle Anzasca

Il Contrabbando

Storie di confine, fatica e sopravvivenza tra l’Ossola e il Vallese

Una storia scritta sui sentieri della montagna

Per lungo tempo, tra Macugnaga, la Valle Anzasca e le altre valli ossolane di confine, il contrabbando rappresentò molto più di un semplice traffico clandestino di merci.

Fu un fenomeno economico e sociale profondamente legato alla vita delle comunità alpine, dove il lavoro era spesso stagionale, le risorse limitate e la sopravvivenza delle famiglie dipendeva dalla capacità di integrare redditi agricoli, pastorali, minerari o artigianali.

Attraversare clandestinamente la frontiera significava affrontare lunghe marce, neve, ghiaccio, valanghe, freddo e controlli di confine. Dietro l’immagine quasi leggendaria dello “spallone” c’era quindi soprattutto un lavoro durissimo, rischioso e spesso dettato dalla necessità.

Memorie e immagini del contrabbando alpino tra Macugnaga e la Valle Anzasca

Antiche vie di passaggio

Prima ancora che esistessero frontiere moderne rigidamente controllate, le popolazioni delle Alpi attraversavano i passi per commerciare, lavorare, raggiungere mercati, alpeggi e comunità vicine.

Tra la Valle Anzasca e il Vallese questi rapporti furono particolarmente intensi. Il Passo del Monte Moro, sopra Macugnaga, costituisce da secoli una naturale via di comunicazione tra i due versanti delle Alpi.

Con l’aumento dei dazi, dei monopoli statali e dei controlli doganali, parte di questi antichi scambi assunse progressivamente carattere clandestino. La documentazione storica relativa alle valli ossolane mostra che forme di traffico irregolare attraverso la frontiera erano presenti già in epoche precedenti al grande sviluppo ottocentesco del fenomeno.

Una frontiera che divideva, ma non separava

Per chi viveva nelle alte valli, il confine politico non coincideva necessariamente con un confine umano. Da entrambe le parti delle Alpi esistevano rapporti familiari, commerciali e culturali costruiti nel corso dei secoli.

Uomini, merci, lingue e tradizioni continuarono quindi a muoversi lungo valichi che le comunità locali conoscevano molto meglio delle autorità incaricate di sorvegliarli.

La montagna, con i suoi sentieri secondari e la sua complessità, rendeva il controllo della frontiera difficile. Per chi la conosceva palmo a palmo, invece, ogni vallone, bosco, canalone e passaggio poteva diventare una possibile via.

Gli spalloni e le bricolle

I protagonisti più conosciuti di questa storia furono gli spalloni, chiamati così perché trasportavano sulle proprie spalle pesanti carichi di merce.

Il carico veniva spesso sistemato nella bricolla, il caratteristico involto o zaino utilizzato dai contrabbandieri alpini. Il peso poteva essere considerevole e veniva trasportato per ore lungo percorsi ripidi, spesso durante la notte.

Non tutti agivano allo stesso modo: alcuni trasportavano piccoli quantitativi per integrare il reddito familiare, altri lavoravano all’interno di reti organizzate. Cambiavano quindi dimensioni, merci, percorsi e rischi.

Ciò che accomunava gli spalloni era una conoscenza eccezionale della montagna: condizioni meteorologiche, neve, valanghe, scorciatoie, punti di osservazione e movimenti delle pattuglie di confine potevano decidere l’esito di una traversata.

Che cosa si trasportava?

Le merci cambiarono nel corso del tempo, seguendo prezzi, disponibilità, guerre, monopoli e differenze fiscali tra Italia e Svizzera.

Tra i prodotti più frequentemente ricordati nelle testimonianze figurano tabacco, sale, zucchero, caffè, riso e altri generi alimentari o di consumo.

Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale sono documentati anche scambi attraverso la frontiera nei quali, ad esempio, riso proveniente dall’Italia veniva barattato con zucchero e caffè provenienti dalla Svizzera.

Una storia che riguarda tutte le valli di confine

Il contrabbando non appartenne soltanto a Macugnaga. Fu un fenomeno diffuso in gran parte dell’Ossola e, più in generale, lungo numerosi settori della frontiera alpina tra Italia e Svizzera.

Le direttrici cambiavano secondo la geografia delle diverse valli e i prodotti che conveniva trasportare. Anche la direzione degli scambi poteva cambiare: non esisteva soltanto un movimento dall’Italia verso la Svizzera, ma anche il percorso inverso.

Il fenomeno conobbe particolare intensità tra Ottocento e Novecento e sopravvisse, con modalità differenti, fino ai primi anni Settanta, quando il miglioramento delle condizioni economiche, delle comunicazioni e dei sistemi di controllo ne determinò il progressivo declino.

Testimonianze e memoria del contrabbando tra Ossola e Vallese

Dall’altra parte del sentiero: finanzieri e guardie di confine

La storia del contrabbando comprende naturalmente anche chi aveva il compito di impedirlo: Guardia di Finanza, doganieri e guardie di confine svizzere.

Anche per loro il servizio in alta montagna era difficile. Pattugliamenti notturni, lunghi spostamenti a piedi e condizioni meteorologiche severe facevano parte della quotidianità.

Le testimonianze raccolte nel tempo raccontano un rapporto complesso: inseguimenti e sequestri, certamente, ma anche una sorta di reciproca conoscenza tra uomini che, pur trovandosi su fronti opposti della legge, condividevano lo stesso ambiente alpino e i suoi pericoli.

Quando il confine diventò una via di fuga

Durante gli anni della Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo l’8 settembre 1943, gli stessi valichi e sentieri normalmente utilizzati per commerci e traffici clandestini acquisirono una funzione molto più drammatica.

La conoscenza dei percorsi alpini permise a guide, valligiani e passatori di accompagnare verso la Svizzera persone che cercavano di sottrarsi alla guerra e alle persecuzioni.

In quei mesi il confine non fu soltanto la frontiera del contrabbando: per alcuni diventò anche una frontiera della salvezza e della libertà.

Tra storia e memoria

Il ricordo del contrabbando è rimasto profondamente radicato nelle comunità ossolane. Molte storie sono state tramandate oralmente all’interno delle famiglie e solo in tempi relativamente recenti sono state raccolte attraverso pubblicazioni, interviste, fotografie e ricerche storiche.

Oggi è importante raccontare questo fenomeno senza trasformarlo in una leggenda romantica: il contrabbando era illegale, ma per comprenderne davvero la diffusione bisogna inserirlo nelle condizioni economiche e sociali delle comunità alpine che lo praticarono.

Il Museo della Montagna e del Contrabbando

A Staffa, Macugnaga conserva questa memoria nel Museo della Montagna e del Contrabbando.

Il museo raccoglie testimonianze dedicate alla storia della montagna, dell’alpinismo e della comunità locale. Una sezione specifica conserva documenti e fotografie legati al contrabbando, permettendo di avvicinarsi a questa pagina della storia alpina attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti.

Il museo si trova in Via Prati, località Staffa.

Il contrabbando non è peccato

A questa memoria è dedicato anche il documentario Il contrabbando non è peccato, diretto da Nicola Buffoni e realizzato attraverso testimonianze di ex spalloni, finanzieri, guardie confinarie, storici e ricercatori italiani e svizzeri.

Il film ricostruisce il fenomeno del cosiddetto “contrabbando di fatica” tra Ossola e Vallese, seguendone la storia dalla fine del Settecento fino ai primi anni Settanta del Novecento.

Accanto alle testimonianze dei protagonisti, il documentario riporta lo spettatore proprio sui sentieri e sui valichi percorsi dagli spalloni, trasformando il paesaggio alpino in uno dei protagonisti del racconto.

Raccontare il contrabbando a Macugnaga e nelle valli dell’Ossola significa parlare di confini, montagna, lavoro, povertà, rischio e capacità di adattamento.

Non è necessario trasformare gli spalloni in eroi per comprenderne la storia. Basta immaginare quelle lunghe traversate notturne, con decine di chilometri davanti, un carico sulle spalle e una montagna che non concedeva errori. È anche attraverso queste vicende che si è costruita la memoria delle comunità alpine di confine.