Leggende di Ceppo Morelli
Leggende di Ceppo Morelli
Tra boschi, antiche frazioni, balme e torrenti, anche Ceppo Morelli custodisce racconti tramandati per generazioni. Storie di streghe, fughe misteriose, amori lontani e origini leggendarie si intrecciano ai luoghi reali della valle, trasformando il paesaggio in una grande mappa della memoria.
Prima della televisione, dei giornali e persino dell'illuminazione nelle case, le lunghe sere di montagna erano anche il tempo dei racconti. Vicino al fuoco passavano di bocca in bocca vicende misteriose, fatti realmente accaduti trasformati dal ricordo e storie nate per spiegare ciò che sembrava inspiegabile.
A Ceppo Morelli questa memoria popolare è ancora legata a luoghi ben precisi: Canfinello, Borgone, le antiche balme e i sentieri percorsi per secoli dagli abitanti della valle.
Le streghe di Canfinello
A Canfinello, piccola frazione di Ceppo Morelli, viveva un bambino insieme alla madre e alla zia.
Le due donne avevano però una strana abitudine. Molte sere, dopo aver mandato il bambino a dormire, uscivano di casa senza dirgli dove fossero dirette.
Una notte, incuriosito, il bambino lasciò socchiusa la porta della camera e osservò ciò che accadeva nella stanza accanto. Vide la madre e la zia sollevare una pietra vicino al camino e prendere un piccolo recipiente nascosto sotto di essa. Con l'unguento contenuto nel barattolo si spalmarono la fronte, le mani e i piedi; poi pronunciarono alcune misteriose parole, si aggrapparono alla catena del camino e improvvisamente scomparvero.
Il bambino aveva scoperto il segreto delle due donne.
La curiosità fu più forte della paura. Appena rimasto solo, sollevò la pietra, prese il barattolo, si cosparse anche lui con l'unguento e ripeté le parole che aveva sentito pronunciare.
Si attaccò alla catena del camino e, in un istante, si ritrovò molto lontano da casa.
Davanti ai suoi occhi apparve un grande locale pieno di gente. C'erano uomini e donne che mangiavano, bevevano e ballavano; tra loro riconobbe anche la madre e la zia. Il cibo era abbondante e molto veniva gettato a terra.
Il bambino, che invece a casa conosceva bene la fame, guardò tutto quello spreco e pronunciò spontaneamente poche parole:
«Che peccato...»
Fu sufficiente. In quello stesso momento ogni cosa scomparve e il bambino si ritrovò solo, al buio, all'interno di una cantina.
Cominciò a gridare finché il proprietario non accorse. Nessuno riusciva a capire chi fosse quel bambino né come fosse arrivato fin lì. Quando gli domandarono dove andasse a Messa, lui rispose semplicemente: «A Vanzone».
La risposta lasciò tutti increduli: secondo la leggenda, il misterioso viaggio lo aveva infatti condotto addirittura in Romagna, a centinaia di chilometri dalla Valle Anzasca.
Il bambino riuscì infine a tornare a casa. Il racconto tradizionale si conclude in modo cupo, come molte antiche storie di stregoneria: madre e zia, accusate di essere streghe, sarebbero state condannate al rogo.
Una storia nata accanto al camino
Unguenti misteriosi, formule segrete, voli nella notte e riunioni lontanissime sono elementi ricorrenti nelle antiche leggende alpine sulle streghe. A Canfinello il racconto assume però un carattere tutto locale: il camino, la povertà della vita quotidiana, Vanzone come punto di riferimento e la distanza quasi inconcepibile della Romagna trasformano una credenza diffusa in una storia profondamente legata alla valle.
Zacarello e la leggendaria origine del paese
C'è poi un'altra storia, ancora più lontana nel tempo, che tenta di raccontare in forma leggendaria la nascita dei primi insediamenti della zona.
Il racconto comincia addirittura con Carlo Magno.
Secondo la tradizione, durante uno dei suoi viaggi l'imperatore sarebbe passato per l'antica Pieve Vergonte. Qui avrebbe trascorso una notte ospite di una famiglia molto povera, nell'unica casa che aveva trovato aperta.
Per ringraziare dell'ospitalità avrebbe donato alla giovane figlia della padrona di casa, chiamata Zachina, un oggetto incredibilmente prezioso: la propria corona d'oro.
Un dono simile non poteva passare inosservato. La leggenda racconta che il governatore locale, chiamato Cremius, desiderasse impossessarsene e avesse inviato il proprio servo Zacarello a recuperarla.
Ma quando Zacarello incontrò Zachina accadde qualcosa che il governatore non aveva previsto: i due giovani si innamorarono.
Fu proprio Zacarello a consigliare alla ragazza di fuggire e di cercare rifugio nella valle, allora scarsamente abitata.
Zachina partì portando con sé la corona e le sue sei pecore. Dopo aver vagato a lungo tra boschi e montagne trovò finalmente riparo sotto una balma, un grande riparo naturale formato dalla roccia.
Passarono le stagioni. Zachina imparò a vivere di ciò che la montagna poteva offrirle: si nutriva con i prodotti della natura e utilizzava la lana delle pecore per realizzare abiti grezzi con cui proteggersi dal freddo.
Un giorno, nel bosco, trovò un uomo ferito e malato. Era Zacarello, che secondo il racconto era riuscito a fuggire dalla prigionia nella quale era stato rinchiuso dopo aver favorito la fuga della giovane.
I due si riunirono e iniziarono insieme una nuova vita. Più tardi li raggiunsero anche la madre e lo zio di Zachina, anch'essi fuggiti dalle persecuzioni di Cremius.
Zachina e Zacarello ebbero un figlio, Catone. Il ragazzo crebbe forte e robusto, ma in un luogo ancora quasi completamente isolato.
Finché, un giorno, presso la loro balma arrivò un gruppo di persone che la leggenda dice provenisse dalla zona di Varallo, in fuga da guerre e disordini. Tra loro si trovava una giovane di nome Lucrezia.
Lucrezia divenne la moglie di Catone e dalla nuova famiglia nacquero altri discendenti.
La piccola comunità cresceva.
Secondo la leggenda si formò così il primo piccolo villaggio di Giacaril; successivamente nacque Canfinello e, con il passare del tempo, si svilupparono gli altri nuclei che avrebbero formato Ceppo Morelli.
La tradizione lega ancora questa storia a un luogo reale, ricordato come la Balma di Giacaril: una roccia trasformata dalla memoria popolare nel simbolo di uomini e donne capaci di costruirsi una nuova vita utilizzando ciò che la montagna offriva.
Le streghe di Borgone
Anche l'antica frazione di Borgone, con le sue case in pietra, i boschi e il torrente Anza, possiede le proprie misteriose presenze.
Per generazioni gli abitanti hanno raccontato di donne capaci di praticare arti magiche e di muoversi nella notte. C'era chi assicurava di averle viste volare sopra il paese e chi raccontava di averle sorprese mentre ballavano e cantavano.
Due luoghi ritornano con particolare insistenza nei racconti: il ponte dul Fiuron, sul torrente Anza, e un grande noce secolare.
Di notte bastavano un rumore nel bosco, alcune voci portate dal vento o una figura intravista nell'oscurità perché la fantasia facesse il resto.
Una delle versioni tramandate a Borgone racconta di due uomini, ricordati come il dottor Patonio e un arrotino, che una notte si trovarono davanti a quella che sembrava una vera riunione di streghe.
Nell'oscurità, le figure femminili apparivano inquietanti e misteriose. I due uomini, terrorizzati, avrebbero assistito alla scena senza quasi osare muoversi.
Ma il racconto conserva anche un finale decisamente più terreno.
Secondo una testimonianza raccolta dalla tradizione locale, quelle terribili streghe sarebbero state in realtà quattro giovani donne di Borgone. Tornando a casa dopo una serata trascorsa a filare, avrebbero scorto i due uomini e deciso di spaventarli: tirati gli scialli sopra la testa per non farsi riconoscere, misero in scena il loro misterioso convegno.
Uno scherzo riuscito fin troppo bene.
Eppure neppure questa spiegazione riuscì a cancellare completamente la fama misteriosa di Borgone. Nei racconti continuavano a comparire donne considerate depositarie di antichi segreti, libri misteriosi e persino animali inquietanti che apparivano durante la notte.
Erano davvero streghe? Probabilmente no. Ma proprio nel confine incerto tra realtà, paura e fantasia nasce il fascino delle leggende.
I luoghi delle leggende
Una delle caratteristiche più affascinanti delle storie di Ceppo Morelli è che i luoghi citati nei racconti appartengono ancora al paesaggio della valle.
Canfinello e Borgone sorgono lungo l'antica direttrice della Strà Granda; boschi, mulattiere, torrenti, ponti e nuclei in pietra conservano ancora l'aspetto di un territorio costruito e percorso per secoli dagli abitanti della Valle Anzasca. Camminare tra queste frazioni significa quindi attraversare non soltanto un paesaggio, ma anche i luoghi nei quali sono nate e sono state tramandate queste storie.
Tra memoria e leggenda
Le leggende non sono cronache e non chiedono di essere lette come tali. Sono frammenti della memoria collettiva: cambiano nel tempo, si arricchiscono passando da una voce all'altra e finiscono per appartenere ai luoghi quanto una cappella, un ponte o un vecchio sentiero. Quelle di Ceppo Morelli raccontano soprattutto questo: il rapporto profondo tra una comunità e la propria montagna, popolata per secoli non soltanto da uomini e animali, ma anche da paure, speranze, misteri e fantasia.
Nota: i racconti qui presentati appartengono alla tradizione popolare locale e sono stati rielaborati a partire dalle testimonianze e dai testi dedicati alle leggende di Ceppo Morelli. Come avviene per ogni racconto trasmesso oralmente, possono esistere versioni differenti della stessa storia.