Leggende di Calasca Castiglione
Anche sul territorio di Calasca Castiglione sopravvivono racconti popolari antichi, legati alla vita d’alpeggio, alle paure della notte e a misteriose presenze tramandate di generazione in generazione.
🧵 LE PASTORELLE DI GIUCOLA
Due secoli fa, tra le pastorelle dell’alpe Giucola, nacque una sera un’accesa disputa sulla bravura. Caterina, che stava filando un grosso pennecchio di lana, esclamò: “Io sono buona di scendere dopo mezzanotte al cimitero, piantare questo fuso dentro e ritornare senza paura.”
Un’altra ragazza, Maria, le rispose: “Ebbene va, noi ti aspetteremo e ti prepareremo i tortelli.” Caterina partì, giunse al cimitero, vi entrò, si curvò e piantò il fuso nel terreno.
Quando cercò di rialzarsi non ci riuscì: qualcuno sembrava tirarla per il grembiule e trattenerla. Presa da una paura terribile, sudò freddo, fece uno sforzo disperato, riuscì a liberarsi e fuggì.
Tornò all’alpe con un febbrone da cavallo, si gettò sul fieno e le compagne inorridirono: i suoi capelli erano diventati bianchi candidi. Nella notte Caterina morì.
Accompagnando la salma al cimitero, le compagne scorsero il fuso piantato e videro che, sotto terra, tratteneva un lembo del suo grembiule. Curvandosi, Caterina aveva conficcato il fuso nel proprio vestito, e quel gesto le aveva dato l’impressione di essere trattenuta dalle anime dei morti. La leggenda dice che l’infelice Caterina avesse solo vent’anni.
⛰️ LA TUMBA DI CUCITT
All’alpe Giucola esiste una caverna sotterranea detta la Tumba di Cucitt, cioè la tomba o casa dei pigmei, che secondo la leggenda vi abitavano fin dall’età della pietra.
I Cucitt erano sette e tutti alti meno di un metro. Si racconta che le loro suppellettili e i loro utensili fossero di pietra e che, a memoria d’uomo, ne siano stati ritrovati alcuni esemplari.
La leggenda narra che uno dei sette Cucitt, andando la sera a far visita ad alcune pastorelle, si fosse innamorato di una di loro. Le altre ragazze però si prendevano gioco della compagna, finché questa pensò di liberarsi dello sfortunato innamorato.
Ogni sera il pigmeo si sedeva sempre nello stesso punto: sull’arnià, la pietra davanti al focolare che riscaldava l’ambiente. Una sera la pastorella lasciò arroventare quella pietra, togliendo la brace solo quando sentì arrivare il suo visitatore.
Il Cucitt, entrato come sempre e salutato, si sedette nel suo posto abituale ma si rialzò di scatto, fuggendo al galoppo e gridando: “cu cocc, cu cocc!”
Gli altri Cucitt, vedendolo rientrare troppo presto e con le mani sulle natiche, gli chiesero: “Chi l’ha cocc?” E lui rispose: “Am sun cocc da par mi” (“Mi sono arrostito da solo”).