Le miniere di Pestarena
Macugnaga
Le Miniere d’Oro di Pestarena
Secoli di ricerche, lavoro e trasformazioni nel cuore del distretto aurifero del Monte Rosa
Attenzione: le miniere dismesse di Pestarena non sono aperte al pubblico.
Gli ingressi e le gallerie non devono essere raggiunti o attraversati: si tratta di ambienti sotterranei abbandonati, instabili e potenzialmente pericolosi.
Nel sottosuolo di Pestarena, frazione di Macugnaga, si sviluppa uno dei più importanti complessi auriferi storici delle Alpi. Un fitto sistema di filoni, gallerie, pozzi e livelli di coltivazione testimonia una vicenda mineraria durata per secoli e profondamente intrecciata con la vita dell’intera Valle Anzasca.
Studi moderni descrivono un’area mineraria estesa per circa quattro chilometri quadrati e attraversata da oltre quaranta chilometri di opere sotterranee. Non si trattava di grandi cavità naturali, ma di un labirinto costruito lentamente dagli uomini seguendo filoni auriferi spesso sottili, irregolari e discontinui.
L’oro nascosto nella montagna
L’oro di Pestarena non si presentava normalmente sotto forma di grandi pepite. Era contenuto in quantità minute all’interno di vene di quarzo, fratture mineralizzate e minerali come pirite e arsenopirite.
Per recuperarlo era quindi necessario estrarre grandi quantità di roccia, frantumarla, macinarla e separare progressivamente il metallo prezioso dagli altri componenti. La complessità dei filoni rese sempre difficile prevedere la produttività delle diverse zone della miniera: tratti poveri potevano essere seguiti improvvisamente da concentrazioni molto più ricche.
Tra tradizione e prime testimonianze
Non è possibile stabilire con certezza chi abbia individuato e sfruttato per primo i giacimenti auriferi dell’Alta Valle Anzasca. Secondo una tradizione locale, la ricerca dell’oro sarebbe iniziata già in epoca celtica o romana; al momento, però, non esistono prove sufficienti per considerare questa origine un fatto documentato.
È comunque probabile che gli affioramenti minerari e le tracce d’oro trasportate dai corsi d’acqua fossero conosciuti molto prima dell’avvio di uno sfruttamento organizzato.
Gli homines argentarii
Una delle più antiche testimonianze scritte risale al 1291. Nel trattato di pace concluso ad Armenzello, l’attuale Saas-Almagell, fra il conte di Biandrate e le comunità delle valli di Saas, San Nicolao e Anza, vengono ricordati alcuni homines argentarii.
L’espressione è stata tradizionalmente interpretata come un riferimento a uomini impegnati nelle attività minerarie e nella lavorazione dei metalli. Il termine potrebbe inoltre essere collegato all’argentum vivum, il mercurio utilizzato per amalgamare e separare l’oro, ma questa spiegazione deve essere considerata con prudenza.
Le cronache locali li descrivono come minatori esperti ma anche come uomini turbolenti, capaci di spostarsi lungo gli antichi collegamenti alpini e, secondo la tradizione, di raggiungere persino Alagna attraverso il Passo del Turlo.
Facino Cane e i racconti del Quattrocento
All’inizio del Quattrocento la storia mineraria della valle viene tradizionalmente collegata a Facino Cane, celebre capitano di ventura attivo nell’Italia settentrionale. A lui e ai suoi uomini sono attribuiti un maggiore controllo dei giacimenti e un’organizzazione più sistematica della lavorazione del minerale.
Nella memoria locale i Cane sono ricordati come signori abili nel trattamento del minerale, ma anche autoritari e violenti. L’Ospizio del Morghen viene descritto nei racconti come il centro dal quale i loro uomini avrebbero esercitato il controllo sulla zona mineraria.
Questi episodi appartengono in parte alla storia documentata e in parte alla tradizione tramandata nei secoli: devono quindi essere letti come espressione della memoria della valle, senza considerarne ogni particolare definitivamente accertato.
La rivolta degli Anzaschini e l’arrivo dei Borromeo
Secondo la tradizione storica locale, nel 1425 gli abitanti della Valle Anzasca, esasperati dalle imposizioni e dalle violenze, si sollevarono contro gli uomini dei Cane, assalendone le fortificazioni e ponendo fine al loro dominio.
Nel corso del Quattrocento la signoria della valle e i diritti sulle sue risorse passarono ai Borromeo. La concessione delle miniere viene generalmente fatta risalire al 1463, durante il governo di Francesco Sforza, e fu successivamente confermata.
Per molto tempo lo sfruttamento rimase affidato a concessionari, impresari e compagnie di minatori. L’attività procedeva in modo discontinuo: un filone ricco poteva alimentare improvvise fortune, mentre il suo esaurimento conduceva rapidamente all’abbandono dei lavori.
Il capitano Bartolomeo Testone
Tra il Settecento e la fine dell’antico regime emerse la figura del capitano Bartolomeo Testone, ricordato anche con la variante del cognome Testoni. Imprenditore minerario originario di Bannio, seppe riunire capacità organizzative, esperienza pratica e una notevole abilità nell’individuare i filoni più promettenti.
Coltivò diverse miniere della valle e ottenne importanti risultati soprattutto nella zona di Campioli e nel complesso minerario del Minerone. La sua fama rimase legata alla scoperta di concentrazioni eccezionalmente ricche, i cosiddetti “nidi” d’oro.
La memoria della sua fortuna sopravvive anche nelle opere religiose finanziate dai protagonisti dell’attività mineraria. A Testone viene attribuita la donazione della grande cornice lignea dorata con oro zecchino destinata al quadro dell’Adorazione dei Magi nella chiesa parrocchiale di Macugnaga.
Pietro Giordano e la miniera della Guja
Un’altra figura importante fu il capitano minatore Pietro Giordano di Alagna, proprietario della miniera situata nei pressi del ponte della Guja, nella zona di Borca. Anche il suo nome è legato a donazioni religiose e alla stagione in cui le fortune ricavate dal sottosuolo lasciarono tracce visibili nelle chiese e nelle comunità della valle.
Lo sguardo di Horace-Bénédict de Saussure
Nella seconda metà del Settecento le miniere furono osservate dal naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure, uno dei grandi studiosi delle Alpi. Durante il viaggio visitò la Cava del Pozzone, appartenente a Testone, e descrisse con attenzione la disposizione dei filoni.
I filoni apparivano spesso verticali, privi di una direzione regolare e talvolta incrociati fra loro. Proprio nelle intersezioni, chiamate “nidi” o “nodi”, potevano concentrarsi le maggiori ricchezze.
Saussure riferì il racconto secondo il quale Testone, ormai indebitato e vicino ad abbandonare i lavori, avrebbe incontrato uno di questi ricchissimi nodi, ricavandone in poche settimane una quantità eccezionale d’oro. Trattandosi di una notizia riportata dallo stesso viaggiatore come racconto ascoltato sul posto, le cifre tramandate devono essere considerate con cautela.
Il naturalista registrò però anche i primi segnali di crisi: la produzione appariva in diminuzione e molti proprietari cercavano di cedere le proprie concessioni. Era già evidente una delle caratteristiche dell’attività mineraria locale, continuamente sospesa fra grandi aspettative e risultati incerti.
L’Ottocento e la trasformazione industriale
Nel corso dell’Ottocento l’attività mineraria cambiò profondamente. Alle piccole concessioni e alle imprese locali si affiancarono società dotate di maggiori capitali, tecnici specializzati e macchinari moderni.
Nel 1867 venne costituita a Londra la Pestarena United Gold Mining Company Limited. L’organizzazione inglese introdusse nuovi sistemi di ricerca, estrazione e trattamento del minerale, collegando diversi cantieri minerari dell’Ossola.
Negli ultimi decenni del secolo Pestarena divenne uno dei maggiori centri italiani per la produzione dell’oro. L’attività fu tuttavia condizionata dall’irregolarità dei filoni, dai costi elevati, dalle difficoltà tecniche e dai danni provocati anche da valanghe e fenomeni naturali.
Il Novecento: il grande complesso di Pestarena
Nel Novecento i diversi cantieri furono progressivamente collegati e organizzati in un unico grande sistema produttivo. Pozzi, gallerie su più livelli, impianti di frantumazione, laverie, teleferiche e strutture di servizio trasformarono il paesaggio e la vita della frazione.
Il lavoro richiamò maestranze provenienti dalla Valle Anzasca, da altre regioni italiane e, in alcuni periodi, anche dall’estero. Attorno alla miniera si sviluppò una comunità con abitazioni, officine, magazzini e servizi. Turni, sirene e cambi di squadra scandivano la vita quotidiana di Pestarena.
La miniera non fu soltanto un luogo di produzione. Fu un mondo fatto di competenze tramandate, solidarietà fra lavoratori, fatiche fisiche, polvere, rumore e rischi continui, condivisi anche dalle famiglie che vivevano accanto agli stabilimenti.
La crisi e la chiusura del 1961
Negli anni Cinquanta la produzione entrò in una fase di grave difficoltà economica. I costi necessari per seguire filoni sempre più complessi, gli impianti ormai superati e la concorrenza dell’oro proveniente dall’estero resero l’attività progressivamente meno sostenibile.
Il 13 febbraio 1961 un tragico incidente causò la morte di quattro minatori: Vito Utzeri, Giovanni Offredi, Antonio Argiolas e Salvatore Puddu. La tragedia rappresentò l’ultimo doloroso atto di una miniera che si trovava già in una profonda crisi.
Poco dopo, gli impianti vennero definitivamente chiusi. Con la fine dell’attività estrattiva scomparve uno dei principali motori economici dell’Alta Valle Anzasca e molte famiglie furono costrette a cercare altrove nuove possibilità di lavoro.
Una memoria ancora viva
Oggi gli ingressi chiusi, le strutture industriali superstiti e le tracce degli antichi cantieri raccontano un patrimonio fragile e complesso. Sotto Pestarena rimane il grande reticolo scavato da generazioni di uomini, mentre nel paese sopravvive la memoria delle famiglie che costruirono la propria vita attorno alla miniera.
Conoscere questa storia significa ricordare non soltanto l’oro estratto dalla montagna, ma soprattutto il lavoro, il coraggio e il sacrificio delle persone che vissero la stagione mineraria della Valle Anzasca.
Per conoscere la storia mineraria
Le gallerie di Pestarena non sono visitabili, ma la loro storia può essere approfondita attraverso il museo del paese e percorrendo gli itinerari esterni dedicati alla memoria mineraria.