Pestarena, la capitale dell'oro del Monte Rosa

Pestarena, la capitale dell'oro del Monte Rosa

Pestarena, la capitale dell’oro del Monte Rosa

Una montagna attraversata da chilometri di gallerie, una comunità cresciuta intorno alla miniera e una storia fatta di lavoro, ingegno, sacrificio e memoria.

Pestarena, frazione di Macugnaga, è conosciuta come il “paese dell’oro”. Sotto le case, i boschi e i ripidi versanti che la circondano si sviluppa uno dei più importanti complessi minerari auriferi storici delle Alpi: un intricato mondo sotterraneo che ha segnato profondamente la vita dell’intera Valle Anzasca.

Un viaggio nella storia mineraria di Pestarena

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Una montagna d’oro

L’oro di Pestarena non si presentava generalmente sotto forma di grandi pepite immediatamente riconoscibili. Era contenuto in sottili mineralizzazioni e nella pirite aurifera, distribuita all’interno di filoni complessi e spesso irregolari.

Per raggiungere il minerale furono scavati pozzi, cunicoli, livelli e gallerie collegati tra loro. Il solo complesso minerario di Pestarena interessa un’area di circa quattro chilometri quadrati e comprende approssimativamente quaranta chilometri di opere sotterranee.

Tra i principali gruppi minerari figuravano Peschiera, Acquavite, Pozzone, Speranza e Morghen. A questi si collegavano cantieri e impianti posti anche sui versanti circostanti, dai quali il minerale raggiungeva Pestarena attraverso sentieri e teleferiche.

Le origini dell’attività mineraria

La più antica testimonianza conosciuta risale al 16 agosto 1291. In un trattato stipulato tra i conti di Biandrate e gli abitanti delle valli di Saas e Anzasca compaiono gli “homines argentarii”, uomini che esercitavano una professione legata all’attività mineraria. Si tratta di un riferimento indiretto, ma particolarmente importante per ricostruire l’antichità di questa tradizione.

Notizie più dettagliate emergono dalla seconda metà del Seicento. I documenti raccontano di concessioni, lavori effettuati talvolta clandestinamente e gruppi di imprenditori che dividevano spese e rischi. Una parte dell’oro ottenuto spettava ai feudatari Borromeo, mentre ai concessionari competevano lo scavo e la gestione degli impianti di trattamento.

Durante il Settecento l’attività crebbe notevolmente. Imprenditori e minatori locali, insieme a uomini provenienti da altre vallate alpine, investirono capitali e competenze nei cantieri auriferi. Le fortune accumulate grazie alle miniere contribuirono anche alla realizzazione di opere e arredi nelle chiese del territorio.

L’arrivo delle società inglesi

La seconda metà dell’Ottocento segnò una svolta decisiva. L’arrivo dei capitali britannici portò nuovi macchinari, sistemi organizzativi più moderni e lavori sotterranei condotti su una scala mai raggiunta in precedenza.

Nel 1866 la Pestarena Gold Mining Company Ltd acquisì il controllo delle cinque principali miniere del paese. Nel marzo del 1867 nacque la Pestarena United Gold Mining Company Ltd, che riunì sotto un’unica gestione le maggiori attività minerarie della zona.

Le gallerie furono ampliate, gli impianti rinnovati e il trasporto del minerale reso più efficiente. Nonostante importanti periodi di produzione, le difficoltà restavano enormi: infiltrazioni d’acqua, nevicate, elevati costi di trasporto e filoni sempre più profondi rendevano ogni avanzamento una sfida tecnica ed economica.

Dalla roccia all’oro

Scavo

La roccia veniva perforata e abbattuta con esplosivi per raggiungere e seguire i filoni auriferi.

Trasporto

Il minerale raggiungeva l’esterno tramite carrelli, pozzi inclinati, piccoli locomotori e teleferiche.

Frantumazione

Negli impianti la roccia veniva spezzata, macinata e concentrata per separare la parte utile.

Trattamento

All’amalgamazione con mercurio si affiancò e poi si sostituì la cianurazione, introdotta alla fine dell’Ottocento.

Nel 1887 venne introdotto il procedimento della cianurazione, più efficace rispetto alla precedente amalgamazione con mercurio. L’oro non usciva quindi direttamente dalla montagna: per ottenerlo era necessario un lungo processo di selezione, frantumazione, concentrazione e trattamento del minerale.

Il Ribasso Morghen

Una delle opere più importanti fu il Ribasso Morghen, una lunga galleria di servizio progettata per raggiungere in profondità i principali filoni, facilitare il trasporto e permettere lo smaltimento delle infiltrazioni d’acqua.

Lo scavo, iniziato nei primi anni del Novecento e proseguito tra numerose difficoltà, arrivò a svilupparsi per oltre due chilometri. Nel 1938 il Ribasso Morghen venne collegato al pozzo inclinato di Pestarena, diventando il principale asse di accesso e trasporto del complesso minerario.

Un paese costruito intorno alla miniera

La miniera non trasformò soltanto il sottosuolo: cambiò anche il paese. Abitazioni, officine, magazzini, impianti, teleferiche e luoghi di ritrovo formarono un vero paesaggio minerario. Gli orari di lavoro regolavano la vita delle famiglie e l’intera comunità viveva seguendo il ritmo dei turni.

Nel Novecento Pestarena richiamò lavoratori provenienti da diverse regioni italiane. Le testimonianze ricordano soprattutto bergamaschi, bresciani, trentini, bellunesi, sardi e calabresi, accanto ai minatori della Valle Anzasca e dei territori vicini.

Si dice che fossero presenti anche tecnici e lavoratori provenienti dalla Svizzera e dall’Austria, richiamati dalle competenze richieste per lo scavo, la ventilazione e l’organizzazione dei cantieri. Queste presenze appartengono soprattutto ai racconti tramandati dalla comunità e contribuiscono a restituire l’immagine di un paese aperto, nel quale si incontravano dialetti, esperienze e tradizioni differenti.

La vita nelle gallerie

Scendere in miniera significava entrare in un ambiente buio, freddo e saturo di umidità, dove ogni giornata richiedeva attenzione, esperienza e fiducia nei compagni di lavoro.

  • Crolli e cadute di materiale rappresentavano un pericolo costante.
  • Acqua e allagamenti potevano rendere inaccessibili intere zone della miniera.
  • Polveri e silice esponevano i lavoratori al rischio di gravi malattie respiratorie, tra cui la silicosi.
  • Esplosivi, macchinari e trasporti richiedevano procedure rigorose e grande esperienza.
  • Mercurio e sostanze chimiche impiegate negli impianti di trattamento costituivano un ulteriore rischio per la salute.

Durante la direzione dell’ingegner Teodoro Bruck furono introdotti accorgimenti contro la silicosi e controlli sanitari periodici. Il suo impegno a favore dei lavoratori lasciò un ricordo profondo nella comunità mineraria.

La miniera durante la guerra

Durante la Seconda guerra mondiale la miniera assunse un’importanza strategica. L’AMMI – Azienda Minerali Metallici Italiani, costituita nel quadro della politica autarchica, aveva acquisito nel 1939 le principali concessioni di Pestarena e Lavanchetto.

Pur tra enormi difficoltà, il numero degli addetti crebbe dai poco più di quattrocento del 1938-1939 fino a circa 870-880 lavoratori nel 1942-1943. L’impiego in miniera consentì inoltre a diversi uomini di ottenere l’esonero dal servizio militare e, secondo le testimonianze, contribuì a sottrarre alcuni lavoratori al rischio della deportazione in Germania.

L’oro conteso

Tra il 1943 e il 1945 alcuni concentrati auriferi furono nascosti nelle gallerie dell’Acquavite per proteggerli. Nel luglio del 1944 una parte del materiale venne sottratta da un gruppo partigiano con l’intenzione di trasferirla verso la Svizzera. I bidoni furono poi recuperati dai tedeschi e riconsegnati per il trattamento. La vicenda, avvenuta durante mesi confusi e drammatici, conserva ancora passaggi non completamente chiariti.

Si racconta inoltre che alcune gallerie siano state utilizzate come riparo durante gli allarmi o come nascondiglio temporaneo per persone coinvolte negli avvenimenti della guerra e della Resistenza. Sono ricordi tramandati oralmente, difficili da documentare in ogni dettaglio, ma ancora presenti nella memoria del paese.

Gli anni della grande produzione

Il periodo compreso tra la fine degli anni Trenta e il secondo dopoguerra fu quello di maggiore intensità produttiva. Nel 1942 vennero estratte circa 40.000 tonnellate di minerale, dalle quali si ottennero oltre 400 chilogrammi d’oro. Nel 1948 la produzione raggiunse il suo massimo storico, con circa 573-580 chilogrammi di oro.

Secondo le stime elaborate dall’ingegner Bruck, tra il 1937 e la chiusura dai diversi filoni del complesso sarebbero stati prodotti complessivamente circa 6.000 chilogrammi d’oro.

13 febbraio 1961: l’ultimo tragico atto

Il 13 febbraio 1961, nel Ribasso Morghen, l’innesco accidentale del materiale esplosivo trasportato verso i cantieri provocò una violenta esplosione. Persero la vita quattro uomini:

  • Vito Utzeri, 59 anni;
  • Giovanni Offredi, 53 anni;
  • Antonio Argiolas, 24 anni;
  • Salvatore Puddu, 21 anni.

L’incidente del 13 febbraio 1961 fu l’ultimo tragico atto, ma la miniera era già in grave crisi economica.

I filoni non erano necessariamente esauriti, ma le coltivazioni si erano spinte sempre più in profondità. I costi di estrazione e trasporto erano cresciuti, gli impianti risultavano ormai poco competitivi e il numero degli addetti era progressivamente diminuito. La chiusura segnò la fine di un’epoca e privò molte famiglie della principale fonte di reddito.

Le date della storia mineraria

1291
Prima testimonianza indiretta dell’attività mineraria nella Valle Anzasca, con la citazione degli homines argentarii.

Seconda metà del Seicento
Le fonti iniziano a descrivere in modo più preciso concessioni, società e lavori minerari nel territorio di Macugnaga.

Settecento
L’attività estrattiva cresce e diventa uno dei principali settori economici della valle.

1866-1867
Le società inglesi acquisiscono le maggiori miniere e nasce la Pestarena United Gold Mining Company Ltd.

1887
Viene introdotta la cianurazione per il trattamento del minerale aurifero.

1938
Il Ribasso Morghen viene collegato al pozzo inclinato di Pestarena.

1939
L’AMMI acquisisce le principali concessioni minerarie di Pestarena e Lavanchetto.

1948
La produzione raggiunge il massimo storico, con circa 573-580 chilogrammi d’oro.

13 febbraio 1961
Quattro minatori perdono la vita nell’incidente del Ribasso Morghen. Nello stesso anno la miniera chiude definitivamente.

Oggi
Pestarena custodisce la memoria della sua comunità mineraria attraverso testimonianze, reperti, percorsi e luoghi storici.

Una memoria ancora viva

La storia dell’oro non è soltanto la storia delle società minerarie o dei chilogrammi prodotti. È soprattutto la storia degli uomini che scendevano ogni giorno nelle gallerie, delle donne che sostenevano le famiglie, dei bambini cresciuti accanto agli impianti e di un’intera comunità che ha condiviso lavoro, pericoli e speranze.

L’associazione I Figli della Miniera mantiene vivo questo patrimonio attraverso incontri commemorativi, testimonianze, oggetti, fotografie e iniziative dedicate alla civiltà mineraria.

Per conoscere la storia dell’oro

Museo Casa del Minatore di Pestarena
Conserva documenti, fotografie, strumenti e testimonianze della vita quotidiana dei minatori e delle loro famiglie.

Miniera d’oro della Guia
Situata nella frazione di Borca, permette di entrare in una vera galleria aurifera accompagnati da una guida e di conoscere da vicino ambienti e tecniche del lavoro minerario.

Sentiero dei Minatori
Un itinerario tra i luoghi di estrazione, gli antichi cantieri e le infrastrutture che raccontano il paesaggio minerario della Valle Anzasca.

Nota storica: alcuni episodi legati alla guerra, alla provenienza dei lavoratori e all’utilizzo delle gallerie sono giunti attraverso testimonianze e racconti tramandati dalla comunità. Dove la documentazione non consente una ricostruzione certa, sono presentati come memoria orale.